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“Io sono la Luna” è un’autobiografia che si legge come un thriller.
Una mattina, la contessa Mariacristina Margherita Savoldi Bellavitis trova nella posta una chiavetta USB: non un dono, ma una minaccia di morte.
Da quel momento, la sua vita diventa un’indagine serrata tra realtà e mistero, dove spie, miliardari, trafficanti e poteri occulti si intrecciano a ricordi personali e ferite familiari.
Con il coraggio di una dark lady moderna, l’autrice affronta il pericolo con sfrontata determinazione, rivelando i segreti e le contraddizioni del mondo dorato delle élite internazionali.
Un racconto autentico e incandescente, dove verità e finzione si fondono in una storia di sopravvivenza, potere e libertà.
Storie d’amore e di sport che si intrecciano in un percorso di vita non sempre in discesa.
Da ragazzino introverso che ama analizzare le statistiche dello sport e sogna di diventare un tennista professionista, nel corso degli anni Mark Brown ha imparato ad aprirsi al mondo esterno.
Le varie fasi della sua crescita personale e sportiva lo portano all’ennesima, imprevedibile, svolta.
Palermo. Non una città che urla, ma una città che conta.
Tra bar dal neon tremolante, fondazioni “benefiche” e magazzini che odorano di colofonia, si muovono tre figure: la dottoressa Rizzo, medico legale metodica e precisa; il maresciallo Paternò, che comunica con due tocchi del piede; e il narratore – un ghostwriter chiamato a mettere ordine nei frammenti, senza fare eroi.
Il loro compito non è inseguire killer armati, ma decifrare segni minimi: un cucchiaino voltato a nord, una tazzina oltre il piattino, un bicchiere a destra o a sinistra, quattro bustine blu allineate, una croce di nastro su un vetro, un badge viola con un punto argento. Una lingua segreta che regola traffici, scambi e silenzi.
Ogni capitolo è un tassello della geometria criminale: porto, bar, dogana, tipografia, fondazione, banca. Non servono sparatorie: bastano un tack di nastro, un riflesso di finestra, la pressione di una firma. Il lettore impara il codice insieme al narratore e, quando lo decifra, capisce che non è più solo osservatore: è complice della rivelazione.
Il cuore del romanzo è l’incontro con Tommy, mafioso stanco, non eroe né mostro, ma uomo seduto sulla sedia giusta troppo tardi. Il suo pentimento non promette redenzione: è un inventario asciutto, la resa dei conti che finalmente “tiene” perché si appoggia a ciò che non mente – dettagli, ripetizioni, silenzio.
Con una prosa ipnotica e chirurgica, Il conto che tiene offre un noir che non spettacolarizza la mafia, ma la riduce alla sua aritmetica essenziale: abitudini, gesti, registri. Una storia senza urla, senza trionfi, senza eroi. Solo lavoro, memoria e verità.
Valerio lascia il castello avito di Montalcino e approda al Pigneto, periferia romana complessa e stratificata, dove incontra Attilio, mentore inatteso nella scoperta di una nuova realtà. Valerio non è un fuggiasco, ma un dandy benestante e ironico che sceglie l’anonimato come forma di libertà. Gentile e scontroso, analitico e beffardo, attraversa il territorio mantenendo una distanza vigile, pur senza rinunciare all’esperienza.
La sua si rivela presto una traversata piena di inciampi: la realtà è ambigua e trasfigurata, e le relazioni che intesse oscillano tra interessi privati e dinamiche di potere che condizionano la vita sociale. La presa di coscienza di sé prende forma nel dialogo con un gatto, alter ego intimo e simbolico.
Sarà Attilio a introdurlo a un passato dimenticato del Pigneto e a una risposta inedita alla tragedia di Pier Paolo Pasolini. Tra satira e ironia, “Pasolineide” è un viaggio di conoscenza che riscrive ciò che credevamo già definito, restituendo senso a interpretazioni falsificate e invitando a prendere distanza dalle apparenze che ci paralizzano.

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