Le parole onomatopeiche rendono la lingua più vivace, immediata ed espressiva. Le usiamo spesso nel parlato, nei fumetti, nella narrativa, nella poesia e nei testi per bambini, ma a volte possono nascere dubbi sul loro significato, sul loro uso e sulla loro correttezza. In questa guida vediamo cosa sono le onomatopee, quali sono gli esempi più comuni e come possono essere utilizzate nella scrittura.
Indice
- Cosa sono le parole onomatopeiche
- Esempi di parole onomatopeiche
- Onomatopee proprie e improprie
- A cosa servono le parole onomatopeiche nella scrittura
- Le parole onomatopeiche in letteratura
- Dante e il suono dello scricchiolio
- Quando usare le parole onomatopeiche
- Parole onomatopeiche: una risorsa per scrivere meglio
- Domande frequenti
Cosa sono le parole onomatopeiche
Le parole onomatopeiche, chiamate anche onomatopee, sono parole che riproducono o richiamano un suono.
Il termine deriva dal greco onoma, cioè “nome”, e poiein, cioè “fare” o “creare”. In senso letterale, quindi, l’onomatopea è una parola che “crea un nome” a partire da un suono.
Le onomatopee possono imitare:
- il verso di un animale;
- un rumore prodotto da un oggetto;
- un suono legato a un’azione;
- un’espressione della voce umana;
- un rumore naturale.
Per esempio, parole come bau, miao, tic tac, patatrac, brr o splash richiamano direttamente un suono e permettono al lettore di immaginarlo in modo immediato.
Esempi di parole onomatopeiche
Le parole onomatopeiche sono molto frequenti nella lingua italiana, soprattutto quando si vuole rendere un testo più vivo o più vicino al parlato.
Tra gli esempi più comuni troviamo:
- bau, miao, chicchirichì, grrr, per indicare versi di animali;
- tic tac, din don, patatrac, bum, per indicare rumori di oggetti o colpi;
- etciù, ah ah, smack, sniff, brr, per indicare suoni prodotti da persone;
- splash, pluf, ciak, crac, per indicare rumori di azioni o movimenti.
Spesso le onomatopee vengono ripetute per dare maggiore forza al suono:
- toc toc, per imitare qualcuno che bussa;
- tic tac, per il rumore dell’orologio;
- din don, per il suono di una campana;
- bla bla, per indicare un parlare continuo o poco interessante.
Questa ripetizione rende il suono più riconoscibile e aiuta a creare ritmo nel testo.
Onomatopee proprie e improprie
Quando si parla di parole onomatopeiche, si può distinguere tra onomatopee proprie e onomatopee improprie.
Le onomatopee proprie sono parole che imitano direttamente un suono, come:
- bau;
- miao;
- tic tac;
- patatrac;
- splash;
- toc toc.
Le onomatopee improprie, invece, sono parole derivate da suoni, ma inserite pienamente nella lingua italiana come verbi, sostantivi o aggettivi.
Alcuni esempi sono:
- miagolio;
- scricchiolare;
- muggire;
- borbottare;
- ticchettio;
- bisbigliare;
- ronzio;
- fruscio.
In questi casi il legame con il suono resta evidente, ma la parola non si limita a riprodurlo: lo trasforma in un termine stabile della lingua.
A cosa servono le parole onomatopeiche nella scrittura
Le parole onomatopeiche servono a rendere un testo più immediato, espressivo e visivo.
In narrativa, per esempio, possono aiutare a ricreare una scena senza doverla spiegare troppo. Una porta che fa slam, un ramo che fa crac, un cane che abbaia con un bau bau sono immagini che il lettore riconosce subito.
Le onomatopee sono utili anche nei testi per bambini, perché permettono di associare parole, suoni e immagini in modo semplice. Per questo sono molto frequenti nelle filastrocche, nei libri illustrati e nei racconti per l’infanzia.
Nei fumetti, invece, le parole onomatopeiche hanno spesso anche una funzione grafica: vengono disegnate in grande, deformate, colorate o integrate nella scena per rafforzare l’effetto dell’azione.
Le parole onomatopeiche in letteratura
Le onomatopee non appartengono solo al linguaggio quotidiano o ai fumetti. Anche la letteratura italiana ne fa largo uso, soprattutto quando vuole rendere più forte l’effetto sonoro di una scena.
Un esempio famoso si trova nella poesia L’assiuolo di Giovanni Pascoli, dove il verso dell’uccello viene reso attraverso la parola chiù.
Nella poesia La fontana malata, Aldo Palazzeschi utilizza suoni come clof, clop, cloch per evocare il rumore dell’acqua.
Anche il Futurismo ha fatto grande uso di suoni e parole onomatopeiche. In Zang Tumb Tumb, Filippo Tommaso Marinetti utilizza sequenze sonore come taratatatata, pic-pam-pum-tumb e altri effetti fonici per restituire il rumore della guerra e del bombardamento.
In questi casi le parole onomatopeiche non servono solo a imitare un rumore, ma diventano parte del ritmo, dell’immagine e della forza espressiva del testo.
Dante e il suono dello scricchiolio
Uno degli esempi più antichi e celebri di parola onomatopeica nella letteratura italiana si trova nella Divina Commedia di Dante Alighieri.
Nell’Inferno, canto XXXII, Dante descrive il lago ghiacciato del Cocito e utilizza il suono cricchi per richiamare lo scricchiolio del ghiaccio:
non avria pur da l’orlo fatto cricchi
Il verso significa che il ghiaccio non avrebbe scricchiolato neppure sul bordo. È un esempio molto efficace perché il suono della parola richiama direttamente il rumore descritto.
Quando usare le parole onomatopeiche
Le parole onomatopeiche possono rendere un testo più vivace, ma vanno usate con attenzione.
Sono particolarmente adatte in:
- racconti;
- poesie;
- dialoghi;
- fumetti;
- testi per bambini;
- descrizioni narrative;
- testi creativi.
Vanno invece dosate nei testi più formali, tecnici o professionali, dove un uso eccessivo potrebbe risultare poco adatto al tono.
Come sempre, la scelta dipende dal contesto. Una parola onomatopeica può essere molto efficace se rafforza l’immagine o il ritmo del testo, ma può diventare inutile se viene inserita solo per decorare la frase.
Parole onomatopeiche: una risorsa per scrivere meglio
Le parole onomatopeiche sono uno strumento semplice ma molto potente. Aiutano a trasformare un suono in immagine, rendono la scrittura più concreta e permettono al lettore di entrare più facilmente nella scena.
Conoscerle è utile non solo per chi studia grammatica italiana, ma anche per chi scrive racconti, poesie, libri per bambini o testi narrativi.
Hai altri dubbi sulle forme grammaticali? Potrebbero interessarti anche i nostri articoli “Quei o quegli, come si scrive?” e “Si scrive Dott. o Dr.?”.
Sei uno scrittore esordiente? Hai scritto una storia e vuoi pubblicarla? Contatta la nostra casa editrice a Bergamo per una consulenza gratuita.
Domande frequenti
Che cosa sono le parole onomatopeiche?
Le parole onomatopeiche sono parole che riproducono o richiamano un suono, come bau, miao, tic tac, patatrac o splash.
Qual è la differenza tra onomatopee proprie e improprie?
Le onomatopee proprie imitano direttamente un suono, mentre le onomatopee improprie sono parole derivate da suoni, come miagolio, scricchiolare, ronzio o fruscio.
Le parole onomatopeiche si possono usare nei testi narrativi?
Sì. Nei testi narrativi possono rendere una scena più immediata, sonora e coinvolgente, soprattutto in dialoghi, descrizioni e racconti per bambini.
Le onomatopee sono corrette in italiano?
Sì, le onomatopee fanno parte della lingua italiana. Vanno però usate in modo coerente con il contesto e con il tono del testo.
Dove si usano più spesso le parole onomatopeiche?
Si usano spesso nei fumetti, nella narrativa, nella poesia, nei testi per bambini e in tutte le forme di scrittura che vogliono rendere più vivo un suono o un’azione.

